Dopo aver raccolto, col titolo iniziatico di Concabala (Milano, Schweiviller, 1987), le prime due parti (Il viaggio e Es-topoi) d’un poema di diecimila versi, il poeta completa coi 22 canti di Tra compiute lune il più inconsueto e poderoso dei e ‘macrotesti’ versificati, un tardo frutto novecentesco, segnacolo del nuovo e cosmogonia – formata da libri giustapposti in catafratta progressione generativa – che non ha precedenti oltre gli esemplari modelli della tradizione occidentale. Un consapevole progetto, teso a coniugare le mitografie mediterranee con una fiammeggiante critica del nostro tempo, fonda quest’opera che abolisce, anzitutto, un pregiudizio risalente a romanticismi deteriori per i quali si vorrebbe attribuire alla poesia l’ingenuo statuto della spontaneità e della immediatezza (…) I bronzi elleni, erratici guerrieri che una superiore coscienza fa masueti e saggi, divengono referenti di chi, interrogandoli, ottiene risposte capaci di vagliare il tempo, lo spazio e i cicli vitali; e di misurare, col delicato sestante d’una estetica opposta alla bruta entropia che ci aduggia, i margini fatali del ‘Grande Nulla’ guardiano dell’Essere di cui le ‘statue deperibili’ o non canonizzabili rappresentano la metafora sapienzale (…) (Dalla Postfazione di Stefano Lanuzza)
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